Dollaro e occupazione giù
Ossigeno d’agosto per l’Europa, segnali sinistri per l’America
Il continente più fertile per i profeti dell’apocalisse è l’Europa, quella fragile unione esposta al rischio di un doloroso break-up della moneta unica, all’aggressiva voracità dei mercati e alle voglie di Lady Spread. Ieri sulla Stampa Mario Deaglio notava però che l’economia degli Stati Uniti mostra segnali non meno preoccupanti, tanto che l’annunciato crollo dell’euro sul dollaro non c’è stato e i mercati del Vecchio continente invece di soffocare sono tornati a respirare, con lo spread relativamente addomesticato.
24 AGO 20

Roma. Il continente più fertile per i profeti dell’apocalisse è l’Europa, quella fragile unione esposta al rischio di un doloroso break-up della moneta unica, all’aggressiva voracità dei mercati e alle voglie di Lady Spread. Ieri sulla Stampa Mario Deaglio notava però che l’economia degli Stati Uniti mostra segnali non meno preoccupanti, tanto che l’annunciato crollo dell’euro sul dollaro non c’è stato e i mercati del Vecchio continente invece di soffocare sono tornati a respirare, con lo spread relativamente addomesticato. Il pil Usa fa più 1,5 per cento, tasso inferiore a quella soglia del 2 per cento oltre la quale l’economia genera posti di lavoro, e l’aumento demografico riduce il tasso di crescita a zero in termini reali; il WSJ parla di segnali positivi, ma la disoccupazione è bloccata attorno all’8,2 per cento, il mercato immobiliare soffre di un’anemia cronica e il rallentamento dell’economia cinese non permette a Pechino di assorbire il debito pubblico americano ai ritmi degli ultimi anni. Insomma, conclude Deaglio, “nel confronto tra le due debolezze parallele del dollaro e dell’euro l’attenzione si sta, lentamente, spostando dalla sponda europea a quella americana dell’Atlantico”, e l’insistenza sui mali europei sembra essere il risultato di “una ‘distorsione’, una ‘montatura’ dei media che ha lasciato in ombra i mali americani, forse più gravi”.
Se la disfunzionale governance dell’Unione europea ha ispirato le letture apocalittiche più spericolate, non minore preoccupazione dovrebbe destare lo stato dell’economia americana, sul quale la politica di stimolo di Barack Obama non ha potuto molto, lasciando ai sostenitori del presidente soltanto argomenti rabberciati e autoassolutori, del tipo “senza lo stimolo la situazione economica sarebbe anche peggiore”. L’economista Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University, dice al Foglio che la situazione americana “è grave, e sbaglia chi punta il dito esclusivamente contro l’Eurozona. E’ una crisi nord-atlantica, non soltanto europea o americana”. Dal Meeting di Rimini, dove ieri ha partecipato a un incontro con l’ad di Eni, Paolo Scaroni, Sachs ragiona attorno all’essenza del dibattito americano, il ruolo dello stato nell’economia, improvvisamente rinfocolato dall’elevazione del liberista Paul Ryan a “running mate” dello sfidante repubblicano, Mitt Romney: “La politica di stimolo di Obama – dice Sachs – è stata un fallimento, perché partiva dal presupposto che questa non fosse una crisi strutturale. Invece di sollecitare una strategia di lungo periodo ha messo un cerotto sul problema, soluzione inevitabilmente inadeguata. Non ero d’accordo dall’inizio con alcuni colleghi keynesiani come me tipo Paul Krugman, che chiedevano uno stimolo più ampio: lo strumento in sé è inadeguato, come abbiamo visto. Servivano riforme strutturali e un piano serio d’investimento per rivitalizzare il settore privato. Non basta mettere benzina per far funzionare un motore rotto”.
Votare Obama a malincuore
L’alternativa è il piano Romney-Ryan, audace mistura di tagli alla spesa e riduzione delle tasse con cui il Partito repubblicano si oppone alla politica centralista di Obama. Anche qui Sachs è critico: “La proposta di Ryan è insostenibile da un punto di vista sociale ed economico. Tagli di quel genere alla spesa pubblica impediranno allo stato di esercitare le sue funzioni basilari e non ridurranno il deficit”. Anche Larry Summers, segretario del Tesoro negli anni di Clinton ed ex consigliere di Obama, scrive che “per ragioni strutturali anche soltanto mantenere le stesse funzioni basilari dello stato richiederà un incremento sostanziale del suo ruolo nell’economia”. Sul New York Times Krugman ha massacrato, con il suo solito fare spietato, un piano che, calcola il premio Nobel, nei prossimi dieci anni genererà “4.300 miliardi in tagli fiscali, coperti soltanto da 1.700 miliardi ricavati dal taglio della spesa pubblica”. Continua Sachs: “Sono d’accordo in questo caso con la lettura di Krugman. Aggiungerei alla sua analisi quello che secondo me è il problema fondamentale: la tendenza della politica americana a mantenere lo status quo. Non c’entrano democratici e repubblicani, è un limite della politica che la crisi ha sottolineato nel modo più doloroso”. E l’economista della Columbia trasferisce la sua disillusione sulle elezioni del 6 novembre: “A malincuore voterò Obama, perché credo che la continuità possa limitare in qualche modo i danni, ma non ho fiducia nel presidente e nella sua fallimentare politica di stimolo. Dopo un’eventuale rielezione ci vorrebbe un miracolo perché cambiasse ricetta economica”.
Votare Obama a malincuore
L’alternativa è il piano Romney-Ryan, audace mistura di tagli alla spesa e riduzione delle tasse con cui il Partito repubblicano si oppone alla politica centralista di Obama. Anche qui Sachs è critico: “La proposta di Ryan è insostenibile da un punto di vista sociale ed economico. Tagli di quel genere alla spesa pubblica impediranno allo stato di esercitare le sue funzioni basilari e non ridurranno il deficit”. Anche Larry Summers, segretario del Tesoro negli anni di Clinton ed ex consigliere di Obama, scrive che “per ragioni strutturali anche soltanto mantenere le stesse funzioni basilari dello stato richiederà un incremento sostanziale del suo ruolo nell’economia”. Sul New York Times Krugman ha massacrato, con il suo solito fare spietato, un piano che, calcola il premio Nobel, nei prossimi dieci anni genererà “4.300 miliardi in tagli fiscali, coperti soltanto da 1.700 miliardi ricavati dal taglio della spesa pubblica”. Continua Sachs: “Sono d’accordo in questo caso con la lettura di Krugman. Aggiungerei alla sua analisi quello che secondo me è il problema fondamentale: la tendenza della politica americana a mantenere lo status quo. Non c’entrano democratici e repubblicani, è un limite della politica che la crisi ha sottolineato nel modo più doloroso”. E l’economista della Columbia trasferisce la sua disillusione sulle elezioni del 6 novembre: “A malincuore voterò Obama, perché credo che la continuità possa limitare in qualche modo i danni, ma non ho fiducia nel presidente e nella sua fallimentare politica di stimolo. Dopo un’eventuale rielezione ci vorrebbe un miracolo perché cambiasse ricetta economica”.